Pillole di Lloyd

…al bisogno, una volta al dì. Quando le giornate e/o i manoscritti non voltano pagina.

“Nulla va mai come mi aspetto vada, Lloyd…”
“Sebbene la terra sia scura e la pioggia trasparente, i fiori spuntano comunque colorati, sir”
“Questo significa che non saprò mai cosa mi riserverà il futuro, Lloyd?”
“Ma sa che la bellezza arriverà, se la saprà coltivare, sir”
“Sicuro, Lloyd?”
“Naturale, sir”

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George R.R. Martin scrive che…

1.

“Nei corsi di scrittura creativa al college, i professori ti diranno: Scrivi di ciò che conosci. E questo viene spesso interpretato male come l’invito a scrivere una velata autobiografia. Per cui uno studente di Letteratura inglese dovrebbe scrivere una storia in cui l’eroe è uno studente di Letteratura inglese… Ma penso che la frase Scrivi di ciò che conosci andrebbe interpretata in un senso molto più ampio. Si parla di una verità emotiva qui. Parliamo della capacità di entrare dentro i tuoi personaggi per renderli reali. Se vuoi scrivere di un personaggio che assiste alla morte della persona amata, devi entrare dentro di te e dire: Ti ricordi di aver mai perso una persona amata?. Anche se è solo un cane quello che hai amato come un bambino o qualcosa di simile. Tocca quella vena di energia emotiva. In qualche modo, non è molto diverso dai metodi che seguono gli attori… Noi osserviamo gli altri dall’esterno. L’unica persona che davvero conosciamo dall’interno siamo noi stessi, e dobbiamo raggiungere la nostra interiorità per rendere reale il nostro mondo fittizio”.

2.

“Mi alzo ogni giorno per lavorare di mattina. Prendo un caffè e inizio a lavorare. Nelle giornate buone mi alzo e mi accorgo che fuori è buio e l’intero giorno è trascorso e io non so dove sia andato. Ma ci sono anche le giornate negative. Dove combatto e sudo e dopo mezzora ho scritto solo tre parole. E dopo mezza giornata ho scritto una frase e mezza e quindi mi dimetto da scrittore per quel giorno e mi metto a giocare al pc. Sai, a volte sei tu a mangiare l’orso e a volte è lui a mangiare te”.

3.

“Penso che ci siano due tipi di scrittori: gli architetti e i giardinieri. Gli architetti pianificano tutto in anticipo, come un architetto che costruisce una casa. Sanno quante stanze ci saranno nella casa, che tipo di tetto avrà, dove ci saranno i fili dei vari impianti e di che tipo sarà l’impianto idraulico. Hanno tutto disegnato e progettato prima di piantare il primo chiodo. I giardinieri fanno un buco, ci buttano dentro un seme e innaffiano. Si preoccupano di sapere di che tipo di seme si tratti, sanno se hanno piantato un seme fantasy, un mistery o qualsiasi altra cosa. Ma man mano che la pianta cresce e la innaffiano, non sanno quanti rami avrà, lo scopriranno durante la crescita. Io sono più un giardiniere che un architetto”.

Meditazione del fine settimana…con Lloyd

“Lloyd, cosa c’è in quel grande stanzone?”
“Tutte le porte che ha preso in faccia, sir”
“Che?! Ma perché mai dovremmo conservarle?”
“Perché è con esse che si costruiscono i ponti per raggiungere i propri obiettivi, sir”
“È difficile trasformare vecchi no in nuovi sì…”
“Mai quanto è utile trasformare i vecchi no in nuovi sé, sir”
“Molto costruttivo, Lloyd”
“Grazie di cuore, sir”

Nella vita come in editoria, impariamo a reagire alle porte in faccia. Se poi abbiamo Lloyd come maggiordomo, è tutto più semplice.

Per saperne di più su Lloyd e Sir https://www.vitaconlloyd.com/ oppure https://www.instagram.com/simonetem/?hl=it oppure https://www.instagram.com/vitaconlloyd/?hl=it oppure (meglio) andate in libreria: Vita con Lloyd, i miei giorni insieme a un maggiordomo immaginario; In viaggio con Lloyd, un’avventura in compagnia di un maggiordomo immaginario; Un anno con Lloyd, 365 giorni in compagnia di un maggiordomo immaginario.

“Non accostatevi a una pagina bianca con leggerezza” – Stephen King

“Questa è la strada, ripete King: tutto può diventare racconto, la gonna rossa della compagna di scuola povera e goffa e gli avanzi putridi delle aragoste nelle tovaglie che arrivano in lavanderia. Perché le storie sono fossili sepolti, frammenti di mondi altri che ti capitano per le mani in modo imprevisto: la scrittura non è acqua sorgiva che zampilla dalla roccia, ma è impastata di fango. Chi scrive è un cercatore con la faccia rivolta a terra, non ha i capelli al vento e la luce negli occhi di chi si ritiene strumento degli dei […]. Chi scrive lavora su quei fossili e stabilisce legami: fa convergere le cose lontane, e dunque preziose, che vengono da un’intuizione, e fa crescere sino a farne un mondo quel che all’inizio è solo una frase, un’immagine, un profumo […]. E, soprattutto, non lasciare il fossile nel fango, se l’hai intravisto con la coda dell’occhio. Le storie, dice King, possono nascere in tanti modi e luoghi, in macchina, sotto la doccia, a spasso, durante una festa, in sogno. Quel che conta, ripete al lettore di On Writing, non è quel come e quel dove che pure ti viene messo a disposizione. Una sola cosa conta: non lasciare che la possibilità di raccontare ti sfugga. E dunque osserva. E dunque immagina. E dunque vivi. Il talento, sia pure fievole, sia pure grezzo, può sbocciare soprattutto così, come è stato per lui […].

Scrittori si diventa, ha sempre sostenuto King. I traumi infantili e i bambini che cercano mirtilli e vengono tranciati da un treno non fanno uno scrittore. Un padre assente o violento non fa uno scrittore. Ci vuole il talento, certo, ma non basta. Ci vogliono il lavoro e lo studio. Ci vuole attenzione. Ci vuole la consapevolezza che la scrittura non fluisce come acqua sorgiva, e che no, non esiste un mondo alla Tolkien dove stenografi baciati dalla sorte e in stato di semitrance mettono su carta o su file la Voce di Ilúvatar. Per realizzare quella straordinaria magia portatile che permette a chiunque di diventare telepata e trasmettere da un luogo all’altro immagini note o folli, conigli con un otto sul dorso e cani idrofobi, o il primo straziante amore di un pistolero, devi aprire le orecchie e gli occhi. E, certo, usare la cassetta degli attrezzi dello scrittore, e quanto troverete suggerito.

Consultate il vocabolario, maneggiate correttamente i verbi, evitate l’ostentazione, ricordate che parlare bene fa parte dello scrivere bene, i dialoghi devono essere onesti e l’avverbio non è tuo amico (che piaccia o meno, ha ragione), attenti ai pronomi e alla forma passiva. Siate coerenti. Il resto leggetelo voi. Perché questo dice infine King. Leggete, maledizione. Leggete quel che vi capita a tiro, non rifiutatevi, non dite che non avete tempo, leggete tutto”.

Dall’introduzione di Loredana Lipperini su “On writing. Autobiografia di un mestiere” di Stephen King

Chi si accosta alla pagina bianca con leggerezza può essere, forse, l’attore o attrice del momento o del passato, il conduttore o la conduttrice meteora della tv che, sparito/a dallo schermo, appare magicamente su uno scaffale della libreria. Ma non tu. Se tu vuoi essere uno scrittore devi farne il tuo lavoro quotidiano, cercare quella parola e non un’altra, metterle bene insieme e sentire che suono hanno. Vedere il tuo personaggio aggirarsi per casa o al supermercato insieme a te, chiederti cosa potrebbe pensare, dire e fare in quel momento. Farlo vivere sulla pagina perché i lettori possano riconoscerne l’autenticità. Perché non è vero che tutti scrivono, o meglio, che tutti possono scrivere un libro. Lascia stare l’attore o la meteora, in libreria ci sono libri belli e brutti, libri scritti bene o scritti male…come in un negozio qualsiasi ci sono vestiti brutti che mai indosseresti e abiti che invece compreresti in un attimo. Lascia stare, tu scrivi. Scrivi e riscrivi. Leggi e rileggi. Revisiona parola per parola. Perché “è scrivere, porca miseria, non lavare la macchina o mettersi l’eyeliner. Se prenderete la questione sul serio, allora lavoreremo bene insieme. In caso contrario, è arrivato il momento di chiudere il libro e dedicarvi ad altro. Magari a lavare la macchina”, come ci insegna King.

La scrittura come il pugilato

“Ogni tanto mi chiedono, con l’espressione cauta che si riserva agli eccentrici, perché io insista con il pugilato. Il sottinteso è: forse, arrivato alla tua età, sarebbe il caso di imparare a giocare a golf e finirla con questa storia di prenderti a pugni con ragazzi che potrebbero essere tuoi figli. A seconda del momento, dell’umore e dell’interlocutore rispondo che è un modo come un altro per tenermi in forma; che pratico il pugilato perché è uno sport letterario (con eventuale citazione di Hemingway o, se voglio apparire spocchioso, di George Bernard Shaw); che mi piace conversare con il sacco che tengo nel soggiorno di casa; che apprezzo l’ambiente pittoresco della palestra, i personaggi che puoi incontrarci, addirittura gli odori, spesso non gradevoli.
In tutte queste risposte c’è un principio di verità, ma la ragione autentica, che non dico quasi mai, a che fare con il potere magico dei rituali.
Continuo a fare pugilato perché la liturgia sempre uguale dell’allenamento mi colloca in un segmento mitico del mio tempo. Quando ero ragazzo, il mondo era un fuoco che scintillava di possibilità. In quel mondo, in quel territorio del mito, due volte la settimana andavo in palestra, svuotavo il borsone, mi cambiavo, facevo la corda, i piegamenti, le trazioni alla sbarra, combattevo con l’ombra, poi mi bendavo le mani, mettevo i guanti e facevo il sacco, provavo le tecniche con un avversario e alla fine di quella sequenza sempre uguale facevo la doccia e lasciavo che i dolori e la stanchezza scivolassero via insieme allo shampoo e al bagnoschiuma dozzinale mentre la mia testa era vuota e libera e leggera e tutto era perfetto.
Oggi, due volte alla settimana, vado in palestra, svuoto il borsone, mi cambio, faccio la corda, i piegamenti, le trazioni alla sbarra, combatto con l’ombra, poi mi bendo le mani, metto i guanti e faccio il sacco, provo le tecniche con un avversario e alla fine di questa sequenza sempre uguale faccio la doccia, lascio che i dolori e la stanchezza (e la paura, che allora non conoscevo, perché da ragazzo sei immortale) scivolino via assieme allo shampoo e al bagnoschiuma.
Per un’ora e mezzo, due volte alla settimana, sono il me stesso ragazzo di tanti anni prima. Una spiegazione che non hai molta voglia di dare in una conversazione al bar.”

Gianrico Carofiglio, La regola dell’equilibrio

La Rowling che non rinuncia. E ci regala Cormoran Strike

Se Cormoran Strike fosse una persona, e non solo un personaggio, camminerebbe per le strade affollate e tu lo riconosceresti per la stazza; s’infilerebbe in un pub e tu lo riconosceresti per il boccale di birra che si porta alle labbra, una Doom Bar per l’esattezza; ascolterebbe quello che hai da dire e tu lo riconosceresti per come ti prende sul serio, anzi, per come prende la storia di testa e di pancia, la storia che gli hai affidato.

Se Cormoran Strike fosse una persona, e non solo un personaggio, sarebbe la porta non proprio elegantissima dove andrei a bussare, se avessi bisogno di un investigatore privato. Ma non solo.

La Cornovaglia è la terra che l’ha cresciuto dopo la morte di sua madre, il reparto investigativo dell’esercito il suo passato, una gamba saltata in aria in Afghanistan il dolore e lo snodo della sua vita: Strike fonda una propria agenzia investigativa che all’inizio fatica a camminare sulle sue gambe, zoppica come fa lui per le strade affollate e bagnate di Londra, ma che a un certo punto inizia a decollare.

La morte di una modella, archiviata come suicidio, è il caso che lo fa balzare sulle pagine di tutti i giornali. Tutti osannano e vogliono Strike, persino una moglie dimessa e preoccupata per il marito scrittore che non si fa vedere e sentire da giorni o un ministro ricattato del Parlamento inglese o ancora un ragazzo con problemi mentali con un ricordo minaccioso che solo Strike è in grado di cogliere, affrontare e risolvere.

Insieme a lui, Robin, la segretaria interinale che l’agenzia gli manda solo per una settimana, ma che diventa il suo braccio destro: Robin che ha lasciato la facoltà di Psicologia e che segretamente ha sempre desiderato di lavorare nell’investigazione, Robin con un fidanzato ingombrante che sta per sposare, Robin che diventa Venetia (il suo secondo nome) quando si cala perfettamente nei panni degli altri per aiutare Strike a fare luce su omicidi e ricatti.

Strike, Robin e le strade di Londra, la porta a vetri dell’agenzia e i tè color catrame, Denmark Street e il Tottenham, le trame serrate, i sospetti mai scontati e i colpi di scena che sono davvero colpi di scena e non coincidenze create ad hoc. Una narrazione impeccabile sotto ogni punto di vista: non perde il ritmo, piega il lettore alla storia e lo spinge dentro, nei lati oscuri dei personaggi del crimine ma anche nelle relazioni tra di loro, soprattutto nell’alchimia frizzante tra Strike e Robin a cui sembra essere vietato non appassionarsi.

I personaggi e le trame tutte sono lontani dagli stereotipi del genere: la struttura è quella del crime, niente che non si sia già visto, ma la penna della scrittrice riesce a dare vita a personaggi che non si appiattiscono né sul genere né su loro stessi: il loro passato tormentato non viene portato all’eccesso ma usato con ingegno per lo sviluppo dei personaggi stessi e anche delle sottotrame.

Volti la pagina e ti dimentichi persino del bollitore sul fuoco, se non fischiasse (come è successo a me).

J.K. Rowling non è solo la maga del fantasy. È una scrittrice che ha saputo creare un personaggio a cui non puoi non affezionarti e un intreccio investigativo in ogni libro da far invidia ai migliori giallisti.

È quella che a un certo punto, sola, con il sussidio di disoccupazione e una figlia da crescere, ha deciso di scrivere lo stesso, di giorno in un pub di Edimburgo, The Elephant House, e di notte nel suo piccolo appartamento accanto alle bollette da pagare; ha impiegato cinque anni per completare la stesura del primo libro di Harry Potter… cinque anni e dodici rifiuti da parte degli editori: dodici no, dodici porte chiuse, dodici speranze disattese, dodici volte in cui avrebbe potuto, e forse voluto, rinunciare a quello che voleva fare davvero.

Fino al tredicesimo tentativo: un piccolo editore accetta e le offre un contratto. “Non pensare che guadagnerai una fortuna”, le dicono. Il resto è storia che conosciamo tutti.

Ma la Rowling è anche quella che, dopo aver venduto più di quarantacinque milioni di copie, decide di scrivere una nuova serie crime, quella di Cormoran Strike, che fosse in grado di camminare con le proprie gambe, indipendentemente dal suo nome.

Anche il primo libro di questa serie, firmato con lo pseudonimo di Robert Galbraith, viene rifiutato.

Sarebbe stato rifiutato ugualmente se la Rowling lo avesse firmato con il suo stesso nome? Probabilmente no, anzi… cancelliamo pure il probabilmente.

Per fortuna, il primo libro della serie di Cormoran Strike è poi stato pubblicato, seguito da altri tre e, stando a quello che la scrittrice ha affermato e per la gioia di noi lettori, continuerà ancora per molti anni.

A prescindere dai libri che ancora scriverà e da quanti ne scriverà, è la biografia stessa dell’autrice ad insegnarci che quando il talento esiste, è l’abnegazione totale al desiderio di scrivere insieme all’accettazione che si può anche fallire tante e tante volte, che può fare la differenza: quella che serve per non rinunciare.

 “Non abbiamo bisogno della magia per cambiare il mondo. Abbiamo già dentro di noi tutto il potere che ci serve: il potere d’immaginare le cose migliori di quelle che sono.” Joanne K. Rowling

I libri della serie di indagini di Cormoran Strike sono per il momento quattro e pubblicati in Italia da Salani: Il richiamo del cuculo, Il baco da seta, La via del male e Bianco letale.
Dai libri di Robert Galbraith, “Cuckoo’s Calling”, “The silkworm” e “Career of evil” è tratta una serie tv prodotta dalla BBC e interpretata da Tom Burke e Holliday Grainger. L’uscita della quarta stagione, tratta dal libro “Letal White” è in programmazione per il 2019.

Rileggersi ad alta voce…se lo dice anche Carofiglio possiamo fidarci.

Su “Il Foglio” un bell’articolo di Simonetta Sciandivasci del 28 aprile 2019 a proposito di audiolibri, con un ospite d’eccezione, Gianrico Carofiglio, che, tra le infinite cose, ne dice una che ogni autore dovrebbe tenere bene a mente:

“Rileggersi ad alta voce, in qualche maniera recitarsi, ti porta a fare attenzione a dettagli che altrimenti non considereresti. […] Ormai io e il mio editor rileggiamo tutto ad alta voce”.

Il link all’articolo:
https://www.ilfoglio.it/cultura/2019/04/28/news/carofiglio-legge-carofiglio-e-ci-spiega-come-funzionano-bene-gli-audiolibri-251189/